New York: introduzione

  • © freiraumfabrik, marcopolo.de

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New York è la capitale del sogno americano. Se desiderate approfondire la conoscenza di questa città, così gigantesca, vivace e stimolante, e l’influenza che esercita sul resto del mondo, dovete venirci e svegliarvi al mattino con i suoi suoni e i suoi rumori, le sirene e il frastuono che la caratterizzano. Lo spirito di New York deve essere vissuto pienamente. Sentito sulla pelle.

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la città è tornata attiva e vibrante. New York è di nuovo la capitale del commercio; frenetica, rumorosa, impegnativa, grande e potente. Perfino troppo, se si considerano i drastici effetti che la crisi finanziaria di Wall Street ha avuto sul mondo intero. Nello stesso tempo la metropoli è la capitale mondiale dell’intrattenimento: ogni sera ci sono anteprime cinematografiche, spettacoli musicali, balletti, serate di gala, opera lirica e un dolce vento di novità che spira nei club privati. Il pubblico è vario, entusiasta, competente e soprattutto critico. “Chi riesce a sfondare qui, può farcela ovunque” – dice Frank Sinatra nella sua più celebre hit New York, New York.

L’area di Downtown Manhattan (ovvero la zona a sud della 14th Street) sta vivendo un periodo di vera rinascita. I ristoranti e i bar sono più intriganti di quelli di Midtown o della zona nord di Manhattan. Il progetto di nuovi hotel, la presenza di club alla moda e un’architettura moderna e audace come quella dell’edificio della Cooper Union e del New Museum attirano newyorkesi e turisti nel sud della città. Accanto a vecchie mura troverete bar eleganti, l’antico che resiste a fianco del moderno glamour: si tratta di contrasti che attirano i visitatori di tutto il mondo. Inoltre, grazie alla star del cinema Robert De Niro, nel 2003 è stato inaugurato il TriBeCa Film Festival. Ogni anno, a maggio, registi da tutto il mondo, oltre ovviamente ai grandi nomi di Hollywood, arrivano in città per mostrare le ultime produzioni. Una vera calamita per cineasti, per cacciatori di celebrità e per chi, più in generale, ama la moda, i flash dei fotografi e il rinomato tappeto rosso.

Nel trambusto della notte, è come se a Manhattan venisse organizzata un’unica enorme festa. Questa impressione la si ha fin dal mattino. Sulla metropolitana, per esempio, suonano spesso musicisti che potrebbero diventare le star di domani. Gli skater trasformano le piazze in arene per stuntmen. A ogni angolo si può assistere a esibizioni di cabarettisti. “Il teatro viene rappresentato per strada, fuori dai teatri, i film vengono proiettati gratis, c’è odore di esseri umani ovunque si vada”, così lo scrittore tedesco Ludwig Fels descrisse le sue impressioni su New York.

Centro nevralgico dei mezzi di comunicazione degli Stati Uniti, la città ingigantisce ogni aspetto dell’offerta culturale. Ci sono le sedi delle principali emittenti televisive, delle maggiori riviste e del quotidiano ritenuto il migliore del mondo, il New York Times. Tutte le più importanti case editrici e discografiche hanno qui una loro sede e da qui operano con lo sguardo rivolto al mercato internazionale. È una città che attrae gli artisti più di qualsiasi altra: attori, pittori, scrittori, designer, ma anche programmatori di software. Da secoli New York trae gran parte delle sue energie dal costante alternarsi di boom economici e momenti di crisi.

In quella che era la più grande città del pianeta, superata ormai per dimensioni da altre megalopoli, vivono circa 8 milioni di persone. La Metropolitan Area, che comprende Long Island, Westchester County, New Jersey e Connecticut, conta 24 milioni di abitanti. Molti lavorano in centro, a Manhattan.

A questi si aggiungono i turisti, che per le strade della città vengono letteralmente risucchiati dal ritmo vorticoso dei pedoni. La velocità è probabilmente uno dei motivi per i quali New York di rado è stata teatro di vicende politiche di rilevanza storica. L’ultimo evento di questo tipo, prima degli attentati dell’11 settembre 2001, risale all’aprile del 1776, durante la Guerra d’Indipendenza combattuta contro i colonizzatori britannici, quando il padre fondatore della nazione, George Washington, spostò il suo quartier generale sulle rive dell’Hudson. Dopo la seconda guerra mondiale, a New York fu istituita la sede centrale dell’Onu. Per un certo periodo, in seguito all’11 settembre, il governo degli Stati Uniti ha vigilato sulla città e la sede centrale delle Nazioni Unite è stata al centro dell’interesse mondiale nel dibattito sulla Guerra del Golfo. Eppure ciò che davvero rende tanto importante New York non sarà mai la politica, per cui brilla invece Washington D.C.

Il sindaco Bloomberg vuole trasformare la città in una metropoli a basso impatto ambientale. Ciò è evidente soprattutto a Times Square, che è diventata una zona pedonale. La trafficatissima Manhattan è piena di verde pubblico e le isole spartitraffico sono state trasformate in piccole oasi dotate di tavolini, sedie e ombrelloni. Ovunque sono state costruite piste ciclabili e sulle vecchie sopraelevate sono state sistemate delle sedie a sdraio. Il parco dell’Hudson River si estende per l’intera lunghezza dell’isola di Manhattan; a Brooklyn, la costa che passa sotto il celebre ponte è un’ampia zona ricca di vegetazione percorribile a piedi, con spiagge, imbarcazioni e parchi-gioco inclusi. Perfino l’Empire State Building è stato sottoposto a lavori di restauro che ne migliorassero l’ottimizzazione energetica. Nonostante le aspre critiche delle industrie automobilistiche, poi, la corsia preferenziale è stata riservata ai nuovi autobus elettrici che hanno sensibilmente diminuito l’intenso traffico. Anche i risciò non motorizzati sono veloci, sicuri e rispettosi dell’ambiente. A volte conviene addirittura muoversi a piedi.

New York è sempre stata una città di pedoni, più di ogni altra metropoli americana. Le strade sono numerate e formano una rete chiara e ordinata. Molti monumenti sono situati nella stessa zona e in breve ci si orienta con facilità. Se un tempo si poteva temere, trasportati dalla folla, di ritrovarsi di colpo in qualche angolo buio, oggi questo rischio non è maggiore che in qualsiasi grande città italiana. Tuttavia, un po’ di attenzione non guasta mai.

New York è un luogo di forti contrasti. Gli inverni sono secchi e gelidi, mentre in estate le temperature superano i 30°C e il clima è davvero molto umido. La vasta zona verde di Central Park incontra il grigio imponente e infinito del cemento. Le chiese, che altrove sovrastano tutto, qui sono letteralmente circondate dai grattacieli. In questo scenario, tra piccolo e grande, povero e ricco, vecchio e nuovo, scopriamo anche una vasta gamma di popolazioni. A New York sono rappresentate tutte le etnie e le nazionalità. Molti hanno dovuto lasciare il proprio paese per motivi politici o economici. Giunti qui nella speranza di un futuro migliore, hanno portato con sé un pezzetto della propria patria, facendo così coesistere tradizioni di tutto il mondo, dalla cucina etiope alla samba brasiliana, dalle grandiose parate italiane alla danza del drago cinese.

Questa miscela si modifica di continuo. Nel XIX secolo furono gli immigrati irlandesi, tedeschi, austriaci e russi a influenzare la comunità di lingua inglese e a integrarsi in essa. All’inizio del XX secolo arrivarono italiani e polacchi. Durante il periodo del nazionalsocialismo, New York divenne il porto della salvezza per molti ebrei in fuga dall’Europa. Come in un immenso crogiolo si è così creata un’identità dalle molte facce. Tale mescolanza è così particolare che non esiste nulla di simile in altre città statunitensi. Per questo i newyorkesi ritengono di essere speciali: culturalmente attenti, economicamente al top, curiosi, tolleranti e a volte un po’ arroganti. Per essere precisi, tali generalizzazioni valgono soprattutto per i newyorkesi di pelle chiara, sebbene essi rappresentino meno del 50% della popolazione. Con le ondate migratorie degli ultimi decenni si sono trasferite qui milioni di persone dal Centro e Sud America, centinaia di migliaia di cinesi, corea-ni e vietnamiti, nonché molti afroamericani degli stati del Sud. L’immigrazione è stata talmente forte che la città ha quasi perso il suo meccanismo più efficace: quello di fondere, mescolare e integrare le differenze. Ciò ha modificato il suo carattere, come disse David Dinkins, il primo sindaco di colore di New York, nel 1989: “New York non è più un crogiolo di razze. È piuttosto un mosaico, in cui tutti i tasselli hanno lo stesso valore”.

Eppure il mosaico pare avere delle crepe. Normalmente gli immigrati vivono in condizioni disagiate e sono spesso clandestini. Per di più la crisi economica ha contribuito ad ampliare il divario tra ricchi e poveri. Alcuni brokers hanno perso il lavoro, mentre chi è rimasto a lavorare in Borsa si è arricchito nuovamente in poco tempo. Certe spaccature sono visibili osservando i cinque distretti, i boroughs. Ognuno di essi potrebbe essere una città a sé stante, come in effetti era fino al 1898, quando fu creata la Grande New York, con l’unione di Manhattan, Brooklyn, Queens, Staten Island e Bronx. L’interesse per Brooklyn è in aumento grazie ai suoi musei, all’architettura, al gigantesco Prospect Park, ai negozi alla moda e ai raffinati ristoranti. Williamsburg, a nord di Brooklyn, si è trasformato in un quartiere adatto ad essere girato: giovani artisti, designer e creativi di ogni genere hanno aperto gallerie d’arte, locali e piccoli negozi che meritano di essere visti. Queens, Staten Island e Bronx sono meno interessanti per il turista. Sono perlopiù quartieri residenziali con atmosfere provinciali. Per il visitatore, la vera meta è Manhattan, tra la Statua della Libertà e Harlem. Qui batte il cuore della metropoli.

 


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